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Le prime banconote in Europa

 

La prima banconota europea viene emessa nel 1661 in Svezia, dalla banca fondata da Johan-Palmstruch. Anche se il valore è manoscritto, il taglio è comunque fisso e prestabilito. Nelle emissioni successive tutte le indicazioni, tranne le firme, saranno a stampa. I valori vanno da 5 sino a 1.000 Daler.

 

Questa banconota ha già tutte le caratteristiche del biglietto moderno, oltre al taglio fisso è pagabile a vista al portatore, è numerata, riporta la data di emissione e le firme di numerosi funzionari della banca e ha un gran numero di bolli a secco che ne garantiscono l’originalità.

 

Ma come mai proprio a Stoccolma, in Svezia, è stata autorizzata l’emissione di questo nuovo strumento finanziario?

 

Nel XVII secolo la Svezia è la maggior produttrice mondiale di rame, dalle sue miniere si estrae oltre il 90% di tutta la produzione mondiale, mentre nel Paese la produzione di oro e argento è scarsissima. Così, tutte le monete vengono coniate in rame, e per i valori alti si usa una moneta da 10 Talleri, che nel 1664 pesa poco meno di 20 chili: un po’ scomoda da portare in giro.

 

Dopo che nel 1660 si verifica un aumento mondiale del prezzo del rame, il valore facciale delle monete in circolazione supera quello intrinseco, e occorre quindi coniare nuove monete più leggere. Ma la pubblica amministrazione non riesce a produrle in quantità sufficiente e si verifica una carenza di circolante.

 

È approfittando di questa situazione che, nel 1656, Palmstruch fonda la Wexeloch Lane Bank, che nel 1661 comincia a emettere banconote senza disporre di adeguate riserve metalliche.

 

Palmstruch è un avventuriero, ma anche un geniale finanziere (come sappiamo le due cose a volte si associano), che ha maturato una precedente esperienza commerciale in Olanda. Nato a Riga nel 1611, nel 1635 arriva a Amsterdam, dove si dedica prima al commercio e poi alla finanza. Dopo qualche anno di successi, si lancia in rischiose speculazioni e accumula debiti che non è in grado di saldare. Viene incarcerato per cinque anni e quando viene liberato, nel 1644, si trasferisce a Stoccolma, dove torna a operare sul mercato speculativo. Dopo una serie di fortunate operazioni, accumulata una piccola fortuna, apre la sua banca.

 

Palmstruch, che ha sviluppato un’ottima conoscenza degli strumenti finanziari utilizzati per le transazioni commerciali, capisce che i titoli di credito disponibili sono troppo complicati, richiedono il pagamento di commissioni, di interessi, hanno scadenze mobili, non sono riscuotibili a vista, richiedono girate e talvolta presenza fisica dei depositanti o dei succedenti. Pensa quindi di realizzare un titolo di credito semplice, alla portata di tutti che non richieda conoscenze delle pratiche finanziarie, un biglietto che chiunque può ricevere e spendere, su cui è chiaramente indicato il valore, pagabile e a vista. Insomma, la moderna banconota.

 

L’idea ha successo. Le banconote circolano, tutti le accettano e la convenzione monetaria è presto instaurata.

Non vi sono ragioni per pensare che le cose possano andar male. Palmstruch amministra la banca con opportuna oculatezza, ma ha fatto i conti senza l’oste, che in questo caso veste i panni del Re. Visto il successo della banca, i funzionari governativi, ignari delle regole che governano la circolazione monetaria cartacea, iniziano a considerare la banca come la propria cassaforte, chiedono prestiti su prestiti in banconote, senza fornire altra garanzia se non l’arroganza dell’autorità.

 

Alla fine del 1663, la situazione economica della banca comincia a farsi difficile, perché si sparge la voce che non c’è sufficiente disponibilità per il rimborso delle banconote.

 

Per tentare di riassestare la situazione, Palmstruch chiede ai ministri il rimborso in metallo dei prestiti, ottenendo solo però l’autorizzazione a svalutare dell’otto per cento le sue banconote. Dopo travagliate vicende che vedono Palmstruch subire ulteriore vessazioni governative, nel 1666 la banca viene liquidata e il titolare deferito al tribunale come unico responsabile del dissesto. Viene incarcerato dal 1666 sino al 1670, e l’anno successivo morirà.

 

prime banconoteBanconota da 10 Daler, emessa dalla banca di Palmstruch a Stoccolma nel 1666. La firma, in alto a destra, è quella di John Palmstruch. Questa banconota, di cui sono giunti sino a noi solo alcuni rarissimi esemplari, è esposta, assieme ad un biglietto da 100 Daler, alla mostra “Soldi d’Italia”.

 

Come molti grandi innovatori, Palmstruch è vittima del suo tempo, ma la traccia che lascia aprirà la strada all’avvento della circolazione monetaria cartacea.

 

Al fine di risolvere i problemi monetari connessi alla liquidazione alla banca di Palmstruch, il governo svedese, crea nel 1668, la Riksen Stӓnder Bank (Banca degli Stati del Regno) che ritirerà le banconote ancora in circolazione emettendo, a sua volta, biglietti di credito ove apparirà a stampa solo l’anno di emissione, e talvolta anche il valore nominale.

 

Tratto da “Soldi d’Italia” – A cura dell’autore: Guido Crapanzano

La Cartamoneta in Occidente

Cenni storici sulle prime emissioni

 

Le prime emissioni di cartamoneta in Occidente, di cui si abbia accertata notizia storica, furono causate da situazioni di emergenza.

 

Poiché oggi l’uso della cartamoneta è pratica quotidiana e ovvia, al punto che riesce difficile pensare di poterne fare a meno, può apparire strano che la sua introduzione abbia incontrato enormi ostacoli, e non sia avvenuta per scelta ma per necessità.

 

I primi biglietti apparvero in Spagna nel 1438, durante un’invasione dei Mori. Il comandante militare della città di Alhambra, assediata dai Mori, avendo esaurito le scorte di denaro necessarie al pagamento dei soldati, emise della cartamoneta ossidionale che circolò in tutta la città. Nessuno di questi biglietti è giunto sino a noi e si ha motivo di ritenere che questa emissione cartacea sia stata totalmente distrutta dopo il suo rimborso.

 

Nel 1574, l’Olanda stava combattendo per riconquistare l’indipendenza e scacciare gli spagnoli che occupavano il Paese. Nella città di Leyden, assediata dagli spagnoli, per carenza di metallo vennero coniate delle monete utilizzando il cartone delle copertine dei libri di preghiere. Non si trattava quindi di vera e propria cartamoneta, ma di monete di carta. La differenza potrebbe non apparire rilevante, pure, a nostro parere, questa non è da considerarsi cartamoneta, anche se alcuni cataloghi la classificano come tale.

 

monete di cartone  Moneta di cartone emessa a Leyden nel 1574, del valore di 28 Stuiver.

 

Per gli abitanti di Leyden l’assedio fu un evento tragico, che vide la morte di oltre un terzo dei suoi 15.000 abitanti, avvenuta per stenti più che per cause belliche, prima che gli spagnoli levassero l’assedio e rinunciassero alla conquista della città. Molte di queste monete sono giunte sino a noi e sono facilmente rintracciabili sul mercato numismatico. Un’ulteriore emissione cartacea ossidionale, si verificò a Candia (oggi Creta), nel periodo in cui l’isola era dominio della Repubblica di Venezia, nel 1646. Abbiamo appreso questa notizia molti anni fa leggendo lo splendido lavoro di Mario Trama: “Gli assedi e le loro monete”.

 

Il Provveditore generale di Venezia a Candia, Nicolò Dolfin, non disponendo più del denaro necessario al pagamento delle truppe che difendevano l’isola dall’assedio dei Turchi, dopo aver fatto ricorso a prestiti forzosi, decise di requisire l’oro e l’argento in mano ai privati, dietro rilascio di cartamoneta, costituita da biglietti nei tagli da 1, 5 e 10 Ducati. I biglietti vennero poi interamente rimborsati quando giunsero da Venezia 100.000 Ducati appositamente inviati per il ritiro.

 

Da una relazione dell’inquisitore di Candia, Gerolamo Bragadin, riportata da Trama, possiamo conoscere qualche notizia su questi biglietti: “Sotto il Provveditore Dolfin si trovò un ripiego di fare certi bollettini da 1, 5 e 10 Ducati che, fabbricati con tutte le cautele e soddisfatti con tutta la puntualità con i primi denari che capitavano, non causarono alcun disordine, provvidero al bisogno e il pubblico erario acquistò nome di somma puntualità”.

 

Nessuno di questi biglietti è giunto sino a noi, ma dall’esame dei documenti dell’epoca - che nonostante le molteplici richieste non ci è stato ancora possibile consultare - dovrebbe essere possibile individuare maggiori notizie sulla tipologia dei biglietti.

 

Tratto da “Soldi d’Italia” – A cura dell’autore: Guido Crapanzano

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Il Pittore delle Banconote: Giovanni Capranesi

 

Figura 1 - Autoritratto di Giovanni Capranesi

 

Al denaro è da sempre associata una connotazione negativa. E’ come se, essendo potenziale fonte di illeciti quali la rapina, la corruzione, la falsificazione, avesse qualcosa da farsi perdonare. Roberto Mori, Direttore Centrale per la circolazione monetaria della Banca d’Italia, nella prefazione del testo Soldi d’Italia, riteneva che fosse proprio questo il motivo per il quale la moneta doveva essere bella, gradevole alla vista: aveva bisogno di farsi perdonare qualcosa, come se, non l’uomo, ma essa stessa, fosse causa dei reati.

 

Se un perdono c’è stato, a noi non è concesso saperlo, ma se così fosse gran parte dei meriti andrebbero a Giovanni Capranesi, il pittore delle banconote.

 

Giovanni Capranesi nasce a Roma nel 1852 da un’illustre famiglia di cultori di discipline archeologiche, legato da parentela al papa Benedetto XV.

 

Coltiva da giovane gli studi classici che non tardano a manifestare in lui l’inclinazione all’arte, ma che, anzi, contribuiscono a dare un sapore di umanesimo e di epico alle Sue opere. Fu in San Pietro, tra il 1879 e il 1881, che conosce il pittore Alessandro Mantovani, impegnato nelle operazioni di restauro delle Logge Vaticane, il quale, accortosi delle sue particolari doti artistiche, lo incoraggia a seguirlo nel percorso dell’arte.

 

Dopo alcuni anni da allievo del Mantovani, Capranesi intraprende un lungo periodo di collaborazione con il pittore De Angelis, insieme al quale esegue l’insigne lavoro di decorazione della Cappella del Sacro Cuore nella chiesa di Sant’Ignazio. La fama e la visibilità che ne derivano permettono ai due di ricevere incarichi in Brasile: nella capitale della regione del Parà dipingono la cattedrale, il teatro e altri edifici pubblici e privati. Nel più noto dei dipinti realizzati in Sud America raffigura “gli ultimi giorni di Carlos Gomes” (ùltimos dias de Carlos Gomes), musicista brasiliano contemporaneo di Verdi e Puccini, le cui composizioni ebbero successo anche in Italia.

Figura 2 - Originale calcografico di studio "Minerva" - 50 Lire 1915 (Collezione Banca d'Italia)

Rientrato in Italia, Capranesi perde l’amico e compagno di lavoro De Angelis, colto da morte improvvisa, ma la sua fama è ormai sparsa in tutta Europa e non mancano le commissioni. Per il proprietario di un castello londinese dipinge la decorazione pittorica di un grande salone: oltre 60 metri di tela dedicati alla “Poesia sulla Terra” in cui raffigura la Dea dei Campi, il Dio del Mare, la Dea dei Frutteti, Diana Cacciatrice, il Trionfo di Bacco, personaggi a lui familiari, grazie agli studi classici. Il tutto è arricchito dalla presenza di festoni di frutta e fiori, cornici e medaglioni. L’esposizione del grandioso dipinto, che egli presenta nel suo studio prima di spedirlo nel Regno Unito, dimostra al pubblico signorilità ed eleganza e, in pochi anni, numerosi palazzi di Roma vengono affrescati dal Capranesi.

 

Nel 1910 il Direttore Generale della Banca d’Italia, Bonaldo Stringher, dopo aver condotto un’indagine, individua in Giovanni Capranesi l’artista più adatto alla realizzazione di nuovi bozzetti per le banconote.

 

All’inizio del XX secolo sono in circolazione banconote della Banca d’Italia da 50, 100, 500 e 1000 lire realizzate da Rinaldo Barbetti, che fin dalle prime emissioni subiscono critiche di natura estetica, ma anche legate alla possibilità di realizzazione di falsi molto simili agli originali. Infatti, già tra il 1897 e il 1898 Stringher si era rivolto all’Associazione Artistica Internazionale di Roma per ottenere un nuovo progetto per le banconote da 50 a 1000 lire. L’Associazione propone un concorso, aperto ai soci effettivi, che però, nonostante due tentativi con relative esposizioni, non dà i frutti sperati.

Figura 3 - Originale di studio "Buoi" - 50 Lire 1915 (Collezione Banca d'Italia)

Come già detto, nel 1910, “tenute presenti anche le prove fatte in passato e riuscite imperfette”, il Direttore Generale affida l’incarico a un solo artista, Giovanni Capranesi.

 

Le indicazioni sono volte all’ottenimento di banconote che superino le critiche rivolte a quelle in circolazione unendo ai “criteri tecnici” quelli “estetici” dal “carattere prettamente italiano”.

 

Il pittore lavora alla creazione di una serie di bozzetti minuziosi, provvedendo a effettuare sugli stessi tutte le necessarie modifiche, che i sistemi di stampa imponevano. I primi frutti sono visibili nel 1915, anno in cui è approvata l’emissione della banconota da 50 lire “tipo Minerva”: una novità stilistica assoluta sia per la cura dei dettagli che per la scelta dei colori, nonché per le raffigurazioni.

 

Sul fronte del biglietto emergono limpidi lo stile del pittore e la sua cultura umanistica nella figura di Minerva, dea della guerra e della saggezza, che tiene in una mano lo scudo e nell’altra un ramo d’ulivo. Festoni di foglie e frutta di arancio fanno da cornice al biglietto e ancora rami d’ulivo interrompono la linea curva che racchiude l’ovale destinato alla filigrana in cui appare il profilo di Dante Alighieri. E’ abbandonato per la prima volta l’uso della matrice laterale.

 

Figura 4 – Recto del biglietto da 50 lire 1915Figura 5 – Verso del biglietto da 50 lire 1915Sul retro del biglietto una cornice arancione contiene l’immagine dell’agricoltura, rappresentata da un aratro condotto da un bifolco e trainato da due buoi. Proprio la presenza di questa raffigurazione in chiaroscuro fa spesso identificare la banconota con la denominazione di “50 lire buoi”.

 

Del biglietto, stampato dal 1915 al 1920 vengono realizzati poco più di 34 milioni di esemplari, divisi in 17 decreti di emissione.

 

La collaborazione con la Banca d’Italia non si limita esclusivamente alla realizzazione dei bozzetti: alla metà degli anni 10, la Banca d’Italia commissiona a Giovanni Capranesi la realizzazione di cinque grandi tele, che decorano la sala centrale della sede di Genova.

 

Figura 6 – Recto del biglietto da 1.000 lire 1930La monumentale opera esalta, nei quattro quadri laterali, la storia del capoluogo ligure, patria di navigatori e costruttori di navi veloci che dal porto della città salpavano alla volta di lidi ignoti, ma anche di abili commercianti. Il quadro centrale, infine, raffigura Genova, nelle vesti di Regina del Mare che riceve l’omaggio dei popoli suoi tributari.

 

La stessa figura è riproposta nel più famoso dei bozzetti, realizzato per le banconote da 1.000 lire, emesse tra il 1930 e il 1943 in poco più di 45 milioni di esemplari. Questa volta sono due le Regine del Mare: Venezia e Genova, semidistese su base architettonica e ognuna con un braccio poggiato sullo scudo con il simbolo della città, il leone per Venezia e San Giorgio che uccide il drago per Genova. Al centro emerge alta la raffigurazione della prua di una nave. Così come per la banconota da 50 lire, Capranesi ricorre a festoni floreali per contornare l’area centrale e a foglie di quercia che circondano i due ovali destinati alle filigrane in cui troviamo i profili dell’Italia turrita e di Cristoforo Colombo.

Figura 7 – Verso del biglietto da 1.000 lire 1930

Sul retro del biglietto, nell’ovale più grande, campeggia la rappresentazione di uno dei due monumentali gruppi scultorei che ornavano la facciata di Palazzo Koch in Via Nazionale a Roma, sede della Banca d’Italia. Le figure rappresentano l’Agricoltura al centro, l’Industria a sinistra e il Commercio a destra. I gruppi di statue furono realizzati da Nicola Cantalamessa Papotti, accademico di San Luca e autore tra le altre della “Vittoria alata”, visibile sulla prima colonna di sinistra del Vittoriano. Le sculture di Palazzo Koch, invece, vengono rimosse nel 1930 per tutelare la stabilità dell’edificio.

 

Ritroviamo la stessa immagine del gruppo scultoreo di Cantalamessa, contornato da una corona di foglie, anche sul retro del biglietto da 500 lire. Due ovali più piccoli affiancano la figura centrale: il destro riservato alla filigrana, il sinistro contenente un’aquila reale che regge lo stemma sabaudo. Il fronte, invece, presenta nella parte destra, una figura umile e diffusa in quel tempo: una mietitrice, che sedendo su covoni, ne stringe uno nel braccio sinistro e tiene nel destro una falce.

 

Figura 8 – Recto del biglietto da 500 lire 1919Così come era avvenuto per la 50 lire, Capranesi ha voluto raffigurare un personaggio della vita campestre, familiare alla maggioranza della popolazione, che traeva reddito dalla coltivazione dei terreni. Una cornice quadrata gialla ripete il tema dei covoni, mentre altre due corone ellissoidali di frutti e foglie racchiudono l’area centrale e sono interrotte a destra dalla mietitrice e a sinistra dall’ovale contenente la filigrana raffigurante Leonardo Da Vinci con berretto. Il biglietto, il secondo taglio emesso realizzato dall’artista romano, viene stampato per la prima volta nel 1919, l’ultima nel 1943. La tiratura complessiva totale supera i 63 milioni di esemplari.

Figura 9 – Verso del biglietto da 500 lire 1919

 

Vita più breve, invece, è riservata alla banconota da 100 lire, che pur essendo stampata fino al 1943, entra in circolazione per la prima volta nel 1931. Stampata in oltre 230 milioni di esemplari, conserva lo stesso tema della 1000 lire: due ovali bianchi atti a contenere le filigrane dell’Italia turrita e Dante alighieri sono circondati da due ghirlande di querce, mentre in basso al centro Capranesi ci offre una nuova figura classica: Roma seduta presso la lupa capitolina con uno scudo sotto il braccio destro, una lancia nella relativa mano e la Vittoria alata nell’altra. Sul retro campeggia una fascia mistilinea, al cui interno compaiono piccoli festoni di frutta e foglie d’ulivo, che fanno da cornice a un’aquila romana.

 



Figura 10 – Recto del biglietto da 100 lire Africa Orientale Italiana 1938

 


Figura 11 – Verso del biglietto da 100 lire Africa Orientale Italiana 1938Le banconote da 100, 500 e 1.000 lire saranno usate dal 1938 anche per la circolazione nei possedimenti italiani in Africa con l’apposita dicitura nel bordo bianco: “SERIE SPECIALE AFRICA ORIENTALE ITALIANA” e con una colorazione leggermente diversa dai biglietti già circolanti in Italia. Il divieto di circolazione al di fuori dei territori italiani in Africa viene poi rimosso nel 1942.

 

L’eleganza dei disegni di Giovanni Capranesi è unanimemente riconosciuta anche quando, finita la seconda guerra mondiale, c’è bisogno di sostituire i titoli provvisori realizzati nel 1945 da 5.000 e 10.000 lire, i due tagli più grandi in circolazione. La scelta ricade, anche per ragioni pratiche, sul riutilizzo del disegno della banconota da 1.000 lire con opportune modifiche ai colori e ai riquadri interni alle cornici, nonché all’aggiunta di due fregi laterali sul taglio da 10.000 lire. Le banconote presentano nuove filigrane con Michelangelo e Galileo per la 10.000 lire e Dante e Virgilio per la 5.000 lire, mentre, sul retro, il medaglione centrale, che prima rappresentava le sculture di palazzo Koch, ora presenta il profilo di Flora nel taglio da 5.000 lire e quello di Dante per la 10.000 lire.

 

Figura 12 – Recto del biglietto da 5.000 lire 1947La banconota da 5.000 lire è emessa dal 1947 al 1963 in oltre 230 milioni di esemplari, la 10.000 lire dal 1947 al 1962 in circa 500 milioni di biglietti. 

I due tagli, nonostante le modifiche, riportano ancora in basso a sinistra sul fronte l’incisione “G. CAPRANESI INV.” 

Vengono entrambe dichiarate fuoricorso al 30 giugno 1969: è l’ultimo giorno in cui ha corso legale una banconota disegnata dall’artista romano.Figura 11 – Verso del biglietto da 5.000 lire 1947

 

Per l’importanza delle sue opere e per l’acquisita notorietà, Giovanni Capranesi diviene Presidente dell’Accademia di San Luca nel 1921, ma muore il 17 settembre dello stesso anno, prima di poter veder circolare gran parte dei biglietti da lui inventati. Non moriranno mai, invece, le sue opere, che ancora oggi arricchiscono le raccolte di migliaia di collezionisti con numerose banconote italiane che portano il suo nome.

 

 

 

 

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IL MISTERO DELLA SOVRASTAMPA

Timbri Nazistifascisti sui Buoni di Liberazione del Partito d’Azione

 

“Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta.”

 

TesseraCon queste parole, l’8 settembre 1943, la radio annuncia l’armistizio di Cassibile: l’Italia è spaccata in due: Regno del Sud e Repubblica Sociale Italiana. La divisione, più che geografica è politica e provoca l’inizio di una lotta interna nella Nazione, con la nascita di due fazioni contrapposte. Dopo la dichiarazione di armistizio, molti antifascisti si organizzarono in corpi, comitati e partiti armati partecipando a quella che fu definita Resistenza.

 

Non solo attivisti, ma anche molti cittadini comuni supportarono la lotta armata mediante la sottoscrizione di prestiti o buoni partigiani, che furono rimborsati dopo la guerra e la cui detenzione durante il conflitto poteva rappresentare un serio pericolo per la vita del possessore.

 

Per i motivi appena citati, i buoni sono di grandissima rarità e, nonostante quotazioni non proibitive, pochissimi collezionisti possono annoverare un numero rilevante di biglietti della Resistenza nelle proprie raccolte.

 

1Tra i biglietti conosciuti vi è la serie di buoni del Partito d’Azione. Il Partito d’Azione, nato nel 1942 e durato circa cinque anni, fu attivo durante la Resistenza e godette, dell’appoggio delle formazioni Giustizia e Libertà, molte delle quali avevano sede in Piemonte. A tal proposito, è curioso notare che a capo della IV divisione alpina G.L., operativa nelle Valli di Susa, vi era una personalità nota a filatelici e numismatici: Giulio Bolaffi.

 

I buoni del Partito d’Azione – Giustizia e Libertà, emessi in tagli da 20 – 100 – 500 – 1.000 – 5.000 e 10.000 lire, furono distribuiti in Piemonte dalle numerose Divisioni. Sovente sugli stessi erano apposti i timbri dei Corpi Volontari: sono noti agli appassionati quelli della VI DIVISIONE ALPINA GL.

 

Di recente, nel capoluogo piemontese, duebuoni da 5000 lire del Partito d’Azione sono stati venduti insieme alla tessera d’iscrizione dell’ex proprietaria, una professoressa nata nel 1911 (Fig.1), da un erede. Quello che, però, poteva inizialmente apparire un raro, ma, tuttavia, tipico rinvenimento si è contornato di mistero: entrambi i buoni, con numerazione quasi consecutiva e vicina a quella di esemplari già noti, presentano sovrastampe naziste e fasciste. I due buoni sono i numeri 1107 e 1109 (era già conosciuto il 1119 con timbro del Comando della VI Divisione Alpina Giustizia e Libertà, illustrato nel volume a cura di Guido Crapanzano Soldi d’Italia edito Fondazione Cassa di Risparmio di Parma). 2

Entrambi riportano su un lato due timbri circolari: uno in italiano, al cui centro è raffigurato il fascio littorio e intorno la dicitura “MINISTERO DELLE FF.AA. – III ISPETTORATO INTERPRO. MILIT. LAVORO PIEMONTE” (Fig. 2) e uno tedesco, con al centro l’aquila che sormonta la svastica nazista contornata dalla frase: “Der befehlshaber der sicherheitspolizei und des SD” (Fig. 3), una cui traduzione letterale è: “Il comandante della polizia di sicurezza e delle SD”.

 

Il lato opposto, invece, presenta nel primo biglietto le diciture “SEGRETO” e “OBERSTURMFURER” (“Primo Comandante d’assalto” o “tenente”), mentre nell’altro esemplare la sola scritta in tedesco preceduta da due lampi stilizzati, simbolo delle SS.

 

Non era mai apparso in testi o articoli un esemplare con simili sovrastampe, alla cui presenza è difficile dare una spiegazione logica (controspionaggio?) dimostrabile, considerato che i biglietti erano ancora nelle mani di un’attivista del Partito d’Azione. Pertanto, il ritrovamento dei buoni sovrastampati, sicuramente autentici, rappresenta un unicum che si è voluto portare alla conoscenza e all’attenzione dei lettori e scrive una nuova, piccola pagina della circolazione monetaria nel difficile periodo della Resistenza.

 

Rinvenuta la più antica 500 lire della Banca d’Italia

 

 

500 Barbetti A1 Fronte okUn piccolo borgo del casertano, le mura della modesta casa dei nonni, una vecchia scatola. Quello che potrebbe sembrare il più rudimentale dei caveaux è stato, per decenni, la cassaforte di un piccolo tesoro: la più antica banconota da 500 lire emessa dalla Banca d’Italia ad oggi conosciuta.  Un ritrovamento così particolare incuriosirebbe qualsiasi studioso: la 5459esima banconota da 500 lire stampata dalla Banca d’Italia.

 

Analizziamo bene questo tesoro cartaceo: circa 191 mm di larghezza e 112 di altezza, carta bianca e due soli colori usati per la stampa. Sollevando la banconota nitida appare la filigrana: la testa della Dea Roma con elmo crestato e alettato nell’ovale bianco e, celata sotto la dicitura BANCA D’ITALIA, la scritta L.500 in carattere romano a chiaroscuro.

 

Su ambo i lati, il violetto pallido degli ornati che forma il tema prevalente del fondo esalta l’azzurro delle vignette.

 

Sul fronte l’apparente uniformità del fondo racchiude in se un rapido susseguirsi di ornati simmetrici, rosoncini, foglie, volute e crocelline, il tutto interrotto solo per evidenziare il grosso ovale e le vignette.

 

Un’ampia fascia azzurra, curva negli angoli e racchiusa in se stessa, nasce dal basso del biglietto, si allarga a semicerchio su ambo i lati per poi salire e ricongiungersi nella parte più alta, dove campeggia lo stemma dei Savoia. Un susseguirsi di puttini ignudi regge tutte le strutture rappresentate nella fascia.

 

L’apparente simmetria, che si evince al primo sguardo, viene smentita da una attenta osservazione dei dettagli. La Legge, a sinistra, è nelle vesti di una figura femminile con il Codice sotto la mano sinistra e, sotto la mano destra, una targa: LA LEGGE PUNISCE I FABBRICATORI E GLI SPACCIATORI DI BIGLIETTI FALSI. Ritroviamo la stessa epigrafe anche sull’estremità destra: questa volta, però, la mano vicina appartiene alla Giustizia, rappresentata da una donna bendata; una spada sotto l’altra mano, addosso una collana alla quale è attaccato un occhio scolpito. Nelle vicinanze un puttino ha tra le mani una stadera.

 

Sono ancora i puttini incaricati di reggere gli ornamenti architettonici destinati a contenere gli spazi per i numeri di serie.  Proprio nelle vicinanze di tali elementi si evince un curioso particolare: il numero di uccelli raffigurati sulla sommità di tali ornamenti è sempre diverso; in basso sono due a destra e tre a sinistra, in alto sono quattro a destra e cinque a sinistra.

 

Sul fondo, infine, ai lati della Testina dell’Italia, trovano spazio due leoni, l’uno con il viso rivolto verso l’altro.

 

Altri elementi decorativi sono rappresentati da due vasi, posti poco sotto la Giustizia e la Legge e due mascheroni, posti in corrispondenza dei primi, ma nella parte superiore ed affiancati dalla scritta 500.

 

All’interno della cornice appena descritta, oltre all’ovale, la descrizione: “BANCA D’ITALIA” – “CINQUECENTO LIRE” – “PAGABILI A VISTA AL PORTATORE” e le firme del Direttore Generale Marchiori e del Cassiere Accame.

 

Sulla sinistra la matrice: il taglio, volutamente non rettilineo, consente la lettura della dicitura BANCA D’ITALIA in corsivo maiuscolo. Poco più a destra le indicazioni dei decreti ministeriali: 17 Luglio 1896 e 25 Ottobre 1898: il primo autorizza la emissione, il secondo fissa le caratteristiche del biglietto.

 

In basso, fuori dal disegno, nella parte bianca si puo’ leggere: RIN. BARBETTI INV. E DIS. e E. BALLARINI INC.

 

Girando il biglietto, i medesimi colori danno luogo a un nuovo capolavoro grafico. E’ ancora il violetto pallido del fondo a fare da sfondo, con uno stretto incedere di foglie, rosoncini, caulicoli e cornucopie, le quali generano una fascia ovale alla cui sommità campeggia la scritta 500. All’interno di tale fascia trovano spazio due ovali, quello sinistro, bianco come sul fronte, e quello destro, che da spazio a nove teste di puttini alati che rappresentano i venti.

 

Tra i due ovali, al centro del disegno, trova posto una figura maschile barbuta e coperta da lunga toga, con un libro aperto nella mano destra e uno scettro nella sinistra, rappresentante il Credito. La figura è racchiusa in un ovale, sotto il quale ritroviamo due figure femminili sdraiate su elementi architettonici che sormontano il rosone al cui centro è collocato il contrassegno governativo: DECRETO MINISTERIALE DEL 30 LUGLIO 1896.

 

La vignetta, in azzurro, ha il nascimento nella parte centrale inferiore. Da tale punto una prima figura prende corpo sul lato destro di chi osserva: una base ornata, retta da un puttino nella parte destra, fa da base a una figura femminile che rappresenta la Navigazione, la quale poggia la mano destra su una sfera terrestre. Nella mano sinistra, invece, regge un timone e ha sulle gambe una bussola. Alla destra della Navigazione sei puttini sono raffigurati nell’atto di stivare due botti. Poco sopra sei puttini tirano su l’ancora attraverso una catena. Tra i due gruppi di puttini c’è un nibbio, uccello simbolo della Navigazione per gli antichi.
500 Barbetti A1 Retro ok

 

Una seconda figura nasce sul lato sinistro partendo dal centro dando forma a una seconda base ornata, di dimensione molto inferiore rispetto alla prima che accoglie due puttini, il primo mantiene un paniere colmo di grappoli d’uva e il secondo, seduto, getta gli stessi verso il basso. La figura prosegue verso sinistra costeggiando l’ovale bianco e portandoci fino ad un cameo sormontato da un piedistallo. Sopra il piedistallo, una botte consente ad una donna dal capo coronato di pampini di sedersi: ella rappresenta l’Enologia e tiene un lungo tralcio ricco di grappoli d’uva nella mano destra. Alla sinistra della donna un tripede da cui esce una fiamma, che simboleggia la scienza. A completare la vignetta, una serie di puttini che trasportano una cesta piena di uva.

 

Sul bordo destro un piccolo ornato fa corrispondenza allo spazio destinato sul fronte alla matrice e racchiude in se piccoli elementi grafici destinati a essere interrotti in buona parte dal taglio della banconota.

 

Nello spazio rimasto il richiamo all’ART. 2 DELLA LEGGE 10 AGOSTO 1893 N.449.

 

Il risultato complessivo dell’opera conduce l’osservatore a un’armonia visiva generale all’interno della quale abbiamo scoperto come sia possibile trovare innumerevoli elementi grafici e simbolici che evidenziano un’elevata cura dei dettagli o, in termini più moderni, una elevata “risoluzione”. E’ anche questo uno dei motivi che ha consentito a questa banconota (con qualche restyling) di rimanere in circolazione per oltre 50 anni.

 

Soltanto il fato, invece, ha consentito alla banconota illustrata di avere una nuova vita, divenendo uno degli esemplari più desiderabili da un esigente collezionista di banconote italiane.

 

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